Il fascino pericoloso della crisi

Anche i tempi di crisi hanno un loro fascino. Con il barile di petrolio sopra i 130 dollari, nonostante i cali degli ultimi giorni, e la crisi finanziaria che si prepara al secondo round, cresce la tentazione di cercare il lato positivo nell’austerità imposta dalla congiuntura. La stagione dei saldi va male, le spiagge sono vuote, ma resistere alla seduzione del declinismo è difficile.
24 LUG 08
Ultimo aggiornamento: 17:03 | 23 AGO 20
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Roma. Anche i tempi di crisi hanno un loro fascino. Con il barile di petrolio sopra i 130 dollari, nonostante i cali degli ultimi giorni, e la crisi finanziaria che si prepara al secondo round, cresce la tentazione di cercare il lato positivo nell’austerità imposta dalla congiuntura. La stagione dei saldi va male, le spiagge sono vuote, secondo Federconsumatori il petrolio ci costerà 546 euro a famiglia in un anno, ma resistere alla seduzione del declinismo è difficile. Il sociologo Giampaolo Fabris intravede la fine del consumo “come patologia”, la scomparsa “dell’inquietante fenomeno dello spreco” che riguarda soprattutto la spesa alimentare. E’ la “pedagogia della catastrofe” di cui parla da anni l’economista francese Serge Latouche: ben vengano le difficoltà, purché non troppo gravi, se servono a “far prendere coscienza alla gente del rischio che corre” con il proprio stile di vita. Sembra il momento della “decrescita” teorizzata da Latouche, la fine del progresso. Tornare indietro si può, e forse si deve.
Ai declinisti piacciono le domeniche a piedi in stile primo shock petrolifero nei Settanta, la bicicletta al posto dell’auto, l’orto o il gruppo di acquisto solidale invece del supermercato, la vacanza in riviera al posto di quella alle Maldive con un volo (inquinante) low cost. Attira l’idea del cittadino occidentale che smette di percepirsi consumatore, incoraggiato a indebitarsi con carte di credito e mutui per far crescere il pil. Ritorna finalmente il cittadino produttore, come piace a Carlo Petrini di Slow Food, che invita i ragazzi a riscoprire la produzione diretta del cibo, il lavoro nei campi con aratro e forcone.
Ma proprio l’esperienza imprenditoriale di Slow Food dimostra i punti deboli del declinismo: i modelli di consumo e i prodotti della tradizione sono sopravvissuti solo come beni di lusso, dall’aceto balsamico alla traversata dell’Atlantico in nave.
Perché mentre il petrolio restava sotto i cento dollari, nasceva una “società low-cost”, per usare il titolo di un libro di Massimo Gaggi ed Edoardo Narduzzi, che riusciva ad accedere a stili di vita prima riservati alle minoranze più ricche. Oggi, le prime vittime della crisi petrolifera sono le compagnie aeree low-cost: perfino Ryanair, pioniere e campione della categoria, rischia di chiudere il primo bilancio in rosso della sua storia se il barile di greggio supererà il prezzo medio nel 2008 di 130 dollari, altre compagnie concorrenti sono già fallite. Wal-Mart, il gigante americano della grande distribuzione che ha espanso le capacità di consumo delle fasce a basso reddito, fonda il suo successo sul potere di mercato (per strappare prezzi bassi ai fornitori) e su un complesso sistema di logistica, con i camion gestiti via satellite. Un aumento del prezzo della benzina, combinato con la stretta nel credito bancario, farà salire i costi e quindi i prezzi finali che diventeranno proibitivi per i più poveri.
In tempi di crisi la società si polarizza, come dimostrano i dati sui settori del lusso che resistono bene. Il piacere di piantare i pomodori sul terrazzo o di andare al lavoro a piedi subito scompare quando il capo compra un nuovo iPhone o il vicino parte per la costa Smeralda: “La felicità è posizionale – spiega al Foglio Leonardo Becchetti, professore di Economia all’università di Tor Vergata e autore di “Il denaro fa la felicità?” – quello che conta è il reddito relativo e il rapporto tra aspirazioni e realizzazioni”. Essere poveri, insomma, è sempre sgradevole, ma lo è ancor di più se un tempo si era ricchi e se altri membri del proprio gruppo di riferimento restano benestanti o addirittura migliorano il proprio status. Sostiene Becchetti: “C’è un aumento di benessere solo quando le abitudini di consumo si modificano per propria volontà, la soddisfazione dovuta al senso solidaristico di appartenenza a una comunità, l’idea di contribuire al benessere di qualcun altro, o alla tutela dell’ambiente, possono compensare il danno causato dalla contrazione dei consumi”. Perché l’austerità, se non è una scelta, rende solo infelici.